Delirio di Onnipotenza

Creato: Mercoledì, 13 Gennaio 2016 Pubblicato: Mercoledì, 13 Gennaio 2016

di   Antonio Savino
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«Gli Stati Uniti sono il paese più potente al mondo. Punto. Non c’è nemmeno paragone». Così ha parlato il presidente Obama, per contrastare la retorica del declino e ridare fiducia agli americani. Poche ore prima del discorso,  due navi Usa erano state fermate dagli iraniani nel Golfo Persico , e dieci marinai erano stati presi.

Un’imbarazzante conferma dell’incertezza che regna sulla scena globale, che ha reso quasi surreale l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione del capo della Casa Bianca. Nemmeno un accenno a questa nuova crisi nelle sue parole, certamente per non dare a Teheran la soddisfazione di determinare l’agenda a Washington, ma anche per l’impossibilità di offrire una risposta a chi si chiedeva cosa stava succedendo, a pochi giorni dalle prime concessioni economiche che gli americani dovrebbero fare all’Iran dopo l’accordo nucleare.

Il primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti, andato al potere all’insegna del cambiamento e della speranza, ha deciso di usare il rituale discorso davanti al Congresso non per fare l’elenco delle proposte che vorrebbe realizzare nel corso dell’anno, visto che la maggioranza repubblicana in Parlamento le bloccherà, ma per costruire la sua eredità storica. Ha rivendicato i propri successi, dunque, e cercato di indicare la strada da seguire nel futuro, sperando che il suo successore sia un democratico.

Obama ha detto che chi parla del declino economico degli Usa «vende fantasie», perché il paese ha superato la peggior crisi dall’epoca della Grande depressione e ha ridotto la disoccupazione al 5%. Stesso discorso per chi, soprattutto fra gli avversari repubblicani, denuncia il declino geopolitico per conquistare voti attraverso la paura. «Non è vero che i nostri nemici stanno diventando più forti. Restiamo il paese più potente al mondo». Il pericolo terroristico è vero, ma «non rappresenta una minaccia esistenziale per gli Usa». Il presidente ha criticato il candidato repubblicano Trump, accusando le «voci che ci spingono a tornare ai comportamenti tribali», e ha attaccato anche Ted Cruz, per aver proposto di radere al suolo le zone della Siria abitate dai civili. Ha citato papa Francesco, che aveva esortato tutti ad evitare lo scontro fra civiltà e religioni, e ha ricordato l’Iran come un successo della sua strategia diplomatica, così come Cuba e l’accordo per limitare i cambiamenti climatici.

A quel punto ha girato lo sguardo verso il futuro, elencando le quattro domande chiave a cui gli americani devono trovare risposta: primo, come garantire che tutti abbiano opportunità nella nuova economia; secondo, come usare la tecnologia a nostro vantaggio; terzo, come garantire la sicurezza e la stabilità senza fare i poliziotti del mondo; quarto, come ottenere che la politica rifletta il meglio di noi stessi.

In questa maniera, Obama ha denunciato chi oggi ha paura dei cambiamenti, sottolineando che la grandezza e l’eccezionalità degli Usa è stata sempre nella loro abilità di cavalcarli. In omaggio al vice Biden, che pochi mesi fa ha perso un figlio per un tumore al cervello, ha lanciato un programma come la corsa alla Luna che verrà guidato proprio da Joe, per fare in modo che «il nostro paese sia quello che sconfigga una volta per tutte il cancro». Quindi ha detto che il futuro sta nelle mani degli americani, ma «si realizzerà solo se lavoreremo insieme. Se avremo dibattiti razionali e costruttivi. Se aggiusteremo il nostro sistema politico».

Obama così ha insieme difeso la sua eredità, e cercato di definire l’agenda del prossimo futuro, aprendo la strada al candidato che rappresenterà il Partito democratico alle presidenziali di novembre. L’ultima crisi iraniana, però, dimostra perché gli americani sono scettici e insicuri.

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