Obama & Cuba

Creato: Lunedì, 21 Marzo 2016 Pubblicato: Lunedì, 21 Marzo 2016

di Antonio Savino
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Le prima parole, nel segno dei tempi, sono arrivate con un tweet: "Qué bolá, Cuba?". Barack Obama ha usato lo slang dell’isola, per salutare: "Come va, Cuba? Appena atterrato. Sono ansioso di incontrare e ascoltare direttamente il popolo cubano". La prima visita di un presidente americano da 88 anni è cominciata  quando l’Air Force One ha toccato terra sotto una lieve pioggerella. Ad aspettarlo sulla pista non c’era Raul Castro, per la rabbia di Donald Trump che ha subito condannato la mancanza di rispetto, ma il ministro degli Esteri Rodriguez.

Fiori bianchi per Michelle, e rosa per le figlie Malia e Sasha, per chiudere una guerra fredda e calda durata oltre mezzo secolo, e continuata ieri con l’arresto di decine di dissidenti. Non a caso, il primo appuntamento politico che il presidente ha avuto ieri è stato con il cardinale di L’Avana Jaime Ortega. In teoria stava facendo solo una passeggiata turistica tra i vicoli della città vecchia, ripuliti per l’occasione, e durante la sosta alla cattedrale ha fatto visita all’arcivescovo, che aveva facilitato i colloqui segreti a Roma per ristabilire le relazioni. 

La mattina, celebrando la messa per la domenica delle palme, lo stesso Ortega aveva aggiunto alle sue orazioni un auspicio speciale: «Oggi il presidente Obama arriva a Cuba. Speriamo che le due delegazioni possano lavorare per il bene del nostro popolo». Negli anni più oscuri della dittatura, il cardinale era stato spesso accusato di essere troppo morbido col regime, ma la sua strategia era quella di evitare lo scontro frontale, per garantire che le chiese e i seminari restassero aperti. Ora questa prudenza sta pagando, e dopo la visita di Francesco la diplomazia vaticana sta lavorando soprattutto per ottenere che le scuole cattoliche, di nuovo attive, vengano ufficialmente riconosciute. 

Proprio mentre Ortega pregava per la riuscita della visita di Obama, però, la polizia arrestava una cinquantina di Damas de Blanco, durante la marcia di protesta cominciata come ogni domenica alla fine della messa nella parrocchia di Santa Rita. Nell’intervista pubblicata ieri la loro leader, Berta Soler, ci aveva annunciato che le manifestazioni sarebbero continuate anche durante il viaggio del presidente americano, e il regime non lo ha accettato.

Le Damas sono state prima insultate da alcuni sostenitori del governo, come accade da sempre nella «tradizione» degli «actos de repudio», e poi caricate sopra un autobus che le ha portate via. Vedremo adesso se la polizia lascerà che Berta possa andare all’ambasciata americana, per l’invito ad incontrare Obama. Sono i due approcci fra cui si divide Cuba, o forse le strategie complementari per spingere il paese verso il cambiamento.

Da una parte la prudenza, il dialogo, gli scambi commerciali, scelti insieme dalla Chiesa e da Washington; dall’altra la pressione dei dissidenti basata soprattutto sul rispetto dei diritti umani, come elemento unificante universale che alla lunga dovrebbe rendere insostenibile la repressione. Il regime però ha avvertito che non intende cedere, e punta ad usare il ristabilimento delle relazioni per rafforzare l’economia, senza mollare la presa politica.

Proprio Rodriguez, parlando con la stampa internazionale, ha chiarito che «Cuba si è già emancipata alcuni decenni fa», e le promesse americane sono ancora tutte da verificare, visto che «l’embargo resta pienamente in vigore». Nel frattempo Fidel Castro, che non vedrà Obama perché la Casa Bianca non voleva legittimare un nemico storico, si è fatto invece fotografare mentre sulla sedia a rotelle mentre parlava col presidente venezuelano Maduro, forse il più stretto alleato della resistenza socialista in America latina. Due mondi che si parlano, dunque, ma ancora senza ascoltarsi.

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