GB è fuori dall’Unione, ma si può pensare all’Italexit?

Creato: Sabato, 25 Giugno 2016 Pubblicato: Sabato, 25 Giugno 2016

di Luigi Pistone

Alea iacta est: la Gran Bretagna è fuori dall’Unione. Dopo un serrato testa a testa vince il Leave sul Remain e nel prossimo futuro (al massimo due anni), quando sarà data attuazione all’esito del voto, i cittadini della Gran Bretagna diventeranno extra comunitari e tutti coloro che si recheranno nelle città oltre la Manica per motivi che non siano turistici saranno immigrati.

Ebbene sì. Nonostante gli allarmi lanciati dai vertici politici e monetari dell’Unione e dagli economisti gli elettori hanno deciso di abbandonare la casa comune dell’Euro. A dispetto dei tecnocrati il popolo ha preso una posizione. Si può essere d’accordo oppure no, ma resta il fatto che questa è la democrazia e un popolo ha il diritto di autodeterminarsi. Semmai il problema è proprio nel difetto di comunicazione dei governanti. Troppo spesso e troppe volte i leaders dei Paesi europei di fronte all’impossibilità di fornire risposte ai popoli hanno scaricato sull’Unione la soluzione dei problemi accusandola di non voler porre mano a leggi doverose per assicurare il benessere alla gente.

Un’Unione più occupata a stabilire le dimensioni delle vongole da pescare o della curvatura dei cetrioli da raccogliere rispetto alla necessità di fornire risposte. Un elefante, con tutto il rispetto per l’animale, fatto soprattutto di burocrazia e poco di politica. E poi che dire del ruolo centrale di Germania e Francia a scapito di altre nazioni. L’Unione non è fatta di colonie ma di pari tra pari, almeno così dovrebbe essere e una nazione non può decidere per le altre. E in questo caso il pensiero va alle politiche di accoglienza per il più grande esodo di popolazioni che fuggono da guerre e povertà. La conseguenza è stata l’avvio di una lotta tra le classi più emarginate dai processi economici. E comunque dovremmo essere tutti sudditi dell’Europa e non della Germania. Bruxelles sembra più una dépendance della cancelliera. Invece, dovrebbe essere per definizione il centro nevralgico dei processi decisionali della politica comunitaria.

Altro grave errore è pensare che con questa scelta fatta dai cittadini della grande isola si sia fatto un dispetto alla grande finanza. Quale Paese chiuderà mai le porte ai capitali in entrata? Nessuno.

Alle urne si è recato il 72,2 per cento dei cittadini e i favorevoli alla Brexit sono stati il il 51,9 per cento. E leggendo i dati si scopre che, ad esempio, la Scozia e l’Irlanda del Nord in maggioranza si sono espresse per il no. Il passaggio conseguenziale potrebbe essere un referendum per uscire dal Regno Unito e restare nella Ue.

Mappa del voto

Il presidente del parlamento europeo, Martin Schulz, che ha subito sentito la cancelliera Merkel (una sorta di pleniponteziaria per tutto ciò che ruota intorno ai “conti” dell’Unione), ha rassicurato che non ci sarà alcun effetto domino, una sorta di emulazione, negli altri Paesi. Intanto, primo effetto del risultato del voto sono le dimissioni del primo ministro David Cameron che sarà ricordato nei libri di storia solo per aver dato il via libera al referendum.

Ma in Italia è possibile fare lo stesso? Il presidente emerito Giorgio Napolitano si è subito affrettato a dire che è incauto fare nel Belpaese ciò che è stato fatto in Gran Bretagna. E a confortarlo ci pensa al’rticolo 75 della Costituzione. Negli ultimi anni, purtroppo, gli italiani vengono chiamati alle urne davvero poche volte per scegliere i propri governi. Da Monti a Renzi i governi escono fuori da logiche bizantiniane partorite nelle segreterie dei partiti con alleanza più o meno dichiarate che mettono insieme, contro ogni legge chimica, addirittua olio e acqua. Trasversalismi non compresi dall’elettorato che oggi prova a dare segnali importanti alle classi dirigenti. E’ il caso di Roma e Torino e di altre grandi e piccole realtà municipali.

Torniamo all’articolo 75 della Carta. Esso vieta espressamente di svolgere un referendum che abbia come oggetto i trattati internazionali. E poiché l’Italia è entrata in Europa grazie a un accordo tra gli Stati, la legge vieta il ricorso al voto. L’articolo in questione recita così: «E' indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge - si legge nella Costituzione - quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali».

Anche un “referendum di indirizzo” non appare praticabile. Sarebbe necessaria una legge ad hoc, anche se il precedente esiste e risale al 3 aprile del 1989, approvata a larga maggioranza per consentire la consultazione popolare. Una legge in deroga rispetto all’articolo 75. In quell’anno si chiese ai cittadini di pronunciarsi sull’affidamento, al parlamento europeo, di redigere un progetto di Costituzione per l’Unione. In quell’occasione l’88 per cento degli elettori si espresse a favore del sì. E comunque qualora si raggiungesse la maggioranza dei voti per l’Italexit il parlamento non sarebbe vincolato a dare attuazione al responso delle urne.

Certo si potrebbe provare con una legge d’iniziativa popolare, ma anche questa necessiterebbe di una maggioranza politica che porti alla sua approvazione in parlamento. Di leggi su impulso dei cittadini ve ne sono tante e restano impantanate nelle sabbie mobili della burocrazia parlamentare.

In ogni caso non è che dall’Unione non si possa uscire. L’articolo 50 del trattato della Ue stabilisce che ogni Stato membro può decidere di recedere dall’Unione.

Ma conviene uscire dall’Unione? Prima cosa appare evidente una riflessione: Italia e Grecia, le cenerentole dell’Unione, valgono pochissimo in termini economici. La Gran Bretagna invece no. La city di Londra è un grande crocevia internazionale delle finanza mondiale, ma di certo non è un’economia trainante come quella della Germania che giova a tutti. Anzi l’auspicio è che continui a correre verso la crescita la locomotiva tedesca il tutto a beneficio di Stati come Italia, Polonia, Ungheria e anche della Grecia.

E poi come non ricordare la grande speculazione internazionale a danno della lira del 1992. La banca d’Italia bruciò 90 mila miliardi di lire delle proprie riserve in moneta forte (dollaro, sterlina e marco) per cercare di frenare la “discesa” comprando le lire che gli speculatori mettevano sul mercato. Le altre banche centrali, in base agli accordi del sistema monetario europeo, per qualche giorno aiutarono la moneta italiana poi il nulla e il Paese uscì dallo Sme. Poi la speculazione internazionale partì all’assalto della Grecia e successivamente della Spagna.

E così saltò il sistema monetario europeo e per rendere più forte la moneta se ne coniò una unica sotto l’ombrello della Bce che ha reso quasi impossibile la speculazione. E’ vero che Francia, Germania, Olanda e Austria hanno avuto un vantaggio a entrare nell’euro, ma il beneficio va anche a Paesi zavorra come Italia, Grecia, Portogallo e Spagna che senza l’euro andrebbero incontro a un default nel giro di pochi anni.

Alla luce del voto in Gran Bretagna, secondo alcuni economisti le conseguenze saranno le stesse che si possono avere con un bicchiere mezzo pieno d’acqua nel mezzo di un deserto. Meglio non bere subito e quindi fare qualche sacrificio e apprezzarne l’utilizzo dopo qualche ora quando la strada per raggiungere l’oasi è più corta. Oggi la sterlina va incontro a una svalutazione importante e a un aumento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato che dovrebbero portare a sua volta a un aumento della spesa pubblica. Quindi più tasse e meno servizi per i cittadini. Nel lungo periodo, però, l’aumento di spesa verrebbe compensato da un aumento delle tasse pagate dalle aziende che godrebbero della svalutazione della sterlina per aumentare le esportazioni.

Ora si dovranno rinegoziare i molti accordi bilaterali tra Ue e GB in alcune materie di interesse comune, nel frattempo la Gran Bretagna si libererebbe di molti vincoli dettati dall’Unione soprattutto in tema di welfare, immigrazione, governance economica e finanziaria. Solo nei prossimi mesi, o forse meglio anni, si potrà conoscere se vi saranno benefici per la grande isola e a quale prezzo per i cittadini. E come recita un vecchio proverbio: «Pazienza, tempo e denaro aggiustano tutto».

A quanti italiani piace l’Unione europea?

In Italia continua a crescere la disaffezione verso le istituzioni comunitarie. Secondo i dati dell’Istituto Demopolis, la fiducia dei cittadini nell’Unione Europea è ai minimi storici: passa dal 51 per cento del 2006 al 48 per cento del 2010, sino al 26 per cento.

«Nella percezione dell’opinione pubblica - secondo il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento - sta crescendo la diffusa convinzione che l’Unione europea, con le politiche di austerity, stia tutelando mercati ed equilibri finanziari ben di più degli stessi cittadini europei. L’incerta gestione della crisi economica e occupazionale, l’atteggiamento di molti Paesi verso l’immigrazione stanno incidendo sempre più sullo storico sentimento europeista degli italiani facendo registrare un calo della fiducia».

L’Euro non piace, ma soltanto il 28 per cento degli italiani sarebbe favorevole a un ritorno alla lira. Secondo il sondaggio condotto da Demopolis, uscire dall’Euro appare rischioso: quasi i due terzi degli italiani sembrano convinti che l’Italia, fuori dalla moneta unica, sarebbe troppo debole per competere da sola sui mercati mondiali, correndo il rischio di una forte instabilità economica.

 

 

 

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