Basquiat, il James Dean dell’arte moderna

Pubblicato: Sabato, 19 Novembre 2016

Un centinaio di opere esposte fino al 26 febbraio. La “gioventù bruciata” dell’artista statunitense in mostra al MUDEC di Milano

di Maria V. Peyretti

Basquiat@MUDEC - ©PhotoCarlottaCoppo


Jean-Michel Basquiat (New York, 22 dicembre 1960 – New York, 12 agosto 1988) è stato un “writer” e pittore statunitense e uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano, riuscendo a portare, insieme a Keith Haring, questo movimento dalle strade metropolitane alle gallerie d’arte.

Nato a Brooklyn da padre haitiano e da madre statunitense di origini portoricane inizia a manifestare interesse per il disegno fin da quattro anni, ispirato dai cartoni animati televisivi; un amore per l’arte trasmessogli dalla madre, la quale lo accompagna spesso al Brooklyn Museum, al Metropolitan Museum ed al Museum of Modern Art di New York.  Nel 1976 inizia a frequentare la “City-as-School” a Manhattan dove, a 17 anni, stringe amicizia con Al Diaz, un giovane graffitista che operava sui muri della “Jacob Riis” a Manhattan. Insieme all’amico, Basquiat acquista piena consapevolezza della propria vocazione artistica, i due iniziano a fare uso di psichedelici come l’LSD ma anche di droghe pesanti, ed uniscono le loro capacità iniziando a produrre graffiti per le strade di New York firmandosi come SAMO.

Jean Michel Basquiat, Autoritratto, 1981 - Mugrabi Collection. © The Estate of Jean - Michel Basquiat by SIAE 2016

Nel 1978 lascia gli studi alla “City-as-School”, ritenendoli inutili, ed abbandona la casa del padre, guadagnandosi da vivere vendendo delle cartoline da lui decorate. Sarà proprio questa attività che cambierà il corso della sua vita: entrato in un ristorante di SoHo, Basquiat avvicina Henry Geldzahler ed Andy Warhol il quale comprerà alcune delle sue opere. Passeranno però alcuni anni prima che Jean-Michel riesca ad entrare nella “Factory” del re della Pop art; nel frattempo diventa cliente fisso dei due club più esclusivi nella scena socio-culturale di New York: il “Club 57” ed il “Mudd Club”, frequentati anche dallo stesso Warhol, da Madonna (con la quale avrà una relazione di alcuni mesi), e da Keith Haring, con il quale stringerà un'amicizia che durerà fino alla morte.

Nel 1980 Jean-Michel partecipa al “Times Square Show”, retrospettiva organizzata da un gruppo di artisti e sponsorizzata da Collaborative Projects Incorporated (Colab) e da Fashion Moda, alla quale farà il suo formale debutto newyorkese anche Haring. Nel 1981 partecipa alla retrospettiva “New York/New Wave”, insieme ad altri artisti come Robert Mapplethorpe, Keith Haring, Andy Warhol e Kenny Scharf. La prima mostra personale di Jean-Michel avviene nel maggio del 1981 a Modena, nella galleria d'arte Emilio Mazzoli. Si tratta della prima personale di Basquiat e della prima mostra europea, che viene però accolta negativamente e con sarcasmo dai critici e collezionisti locali. Nel 1983 stringe una forte amicizia con Andy Warhol, il quale lo aiuta a sfondare nel mondo dell’arte come fenomeno mondiale emergente. I dipinti di Jean-Michel erano caratterizzati da immagini rozze, infantili, facendo riferimento alla Art Brut di Jean Dubuffet. L’elemento che però contraddistingue l'arte di Basquiat è essenzialmente l'utilizzo delle parole, inserite nei suoi dipinti come parte integrante, ma anche come sfondo, cancellate, a volte anche per attrarre l'attenzione dello spettatore.

Jean Michel Basquiat, Five Fish Species, 1983 - Mugrabi Collection. © The Estate of Jean - Michel Basquiat by SIAE 2016

Nel 1984, insieme ad Andy Warhol e a Francesco Clemente, inizia una serie di collaborazioni, di dipinti a “sei mani” commissionati da Bruno Bischofberger. A scopo artistico personale dipinge un altro ciclo di opere insieme al solo Warhol, eseguendo oltre cento quadri, nei quali è riconoscibile l'apporto di entrambi, e allestendo una mostra comune il cui manifesto presenta in maniera eloquente i due artisti come protagonisti di un incontro di boxe. La boxe era per Basquiat un modo di vivere, e paragonava spesso l’arte ad un ring su cui combattere. Proprio nel settembre il “New York Times” definisce Basquiat “la mascotte di Warhol”: questo fatto, unito all'eccesso nell'uso delle droghe e alla sua progressiva tossicodipendenza da eroina che Warhol non riesce ad arrestare, porta Basquiat a soffrire di frequenti disturbi psichici. Nel 1987, con la morte di Warhol dovuta ad una mal riuscita operazione alla cistifellea, entra in una violenta fase di tossicodipendenza: il suo forte attaccamento al re della Pop Art, che aveva manifestato fino alla fine, lo conduce all’abuso di eroina per superare il trauma. Basquiat espone ancora a New York nella galleria del cugino di Tony Shafrazi, Vrej Baghoomian, il suo ultimo mercante; poi inizia un tentativo di disintossicazione che non porterà mai a termine: muore il 12 agosto del 1988, a ventisette anni, per una overdose di eroina. Viene soprannominato il “James Dean dell’arte moderna”, essendo riuscito a scalare quel mondo con grande velocità, ma a scomparire in un tempo ancora minore: la stessa sorte toccherà anche all'amico Haring, morto di AIDS due anni dopo.

Con una bella selezione di un centinaio di opere provenienti da collezioni private, il MUDEC - Museo Delle Culture di Milano (Via Tortona, 56) propone una grande retrospettiva curata da  Jeffrey Deitch e Gianni Mercurio, che attraversa la breve ma intensa carriera di Basquiat, che si è conclusa con la morte tanto prematura. In modo diretto e apparentemente infantile Basquiat è stato in grado di portare all’attenzione del grande pubblico tematiche essenziali sull’identità umana e sulla questione dolorosa e aperta della razza. È stato un personaggio fondamentale nella storia contemporanea americana perché capace di intrecciare, unico per quei tempi, l’energia urbana dannata di New York con le sue radici africane segnate dalla schiavitù e dalla diaspora. Venti anni dopo la sua prima mostra al Whitney Museum of American Art (1992-1993) e dieci anni dopo la retrospettiva al Brooklyn Museum of Art (2005), questa esposizione ha il merito di mostrare il ruolo centrale di Basquiat nella generazione dei suoi artisti coetanei e la funzione della sua arte come un ponte di collegamento tra le diverse culture. Come ogni artista “maledetto” Jean-Michel Basquiat è riuscito nell’arco brevissimo di pochi anni a costruire una leggenda attorno alla sua figura e alla sua arte. Amava dire: “Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita”.

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