Pride: o la conquista della libertà

Pubblicato: Venerdì, 30 Gennaio 2015

di Federica Pergola

Uno dei casi cinematografici dell’anno, Pride, del regista inglese Matthews Warchus, si ispira a dei fatti incredibilmente veri: nel 1984, infatti, oltre 160.000 minatori britannici si mobilitarono per 51 settimane contro l'annuncio della Thatcher di chiudere vari siti estrattivi, mettendo in pericolo più di 20.000 posti di lavoro.

Con gli scioperanti solidarizzarono vari settori della società civile britannica, e in particolare si mosse la comunità omosessuale -allora soggetta a continue aggressioni da parte delle autorità, ma anche della popolazione. L’irlandese Mark Ashton, giovane militante per i diritti gay, ritenne di dover intervenire per comunanza di obiettivi: ossia la conquista di una libertà mai avuta o perduta… Nacque così il Lgsm, «Lesbians and Gays Support Miners», inteso a raccogliere fondi a sostegno dei minatori.

Il film racconta questa storia: l’incontro difficile e imbarazzato, sospettoso e pieno di pregiudizi, di due mondi davvero lontani; un incontro che evolverà in un rapporto umano vero e profondo.

E anche se Warchus sceglie di puntare più sulla vis comica che sull’approfondimento; se i protagonisti sono più personaggi che persone; se tante cose sono state già viste in tanto cinema popolare inglese; e tanti sviluppi si indovinano sin da subito, il film ha però in sé una forza che gli viene da una sceneggiatura ben costruita; da un cast di elevata levatura; e soprattutto dalla convinzione dell’universale diritto all’eguale dignità.

Per questo l’arrivo di nuovi mostri (l’Aids, ancora sconosciuto ai più) e l’inevitabile sconfitta dei minatori (un’assoluta débacle cui seguirono ondate di licenziamenti e ritorsioni) vengono solo evocati; per questo la scena in cui minatori e gay cantano il poema di Oppenheim musicato da Farina – ormai diventato canzone e slogan del movimento operaio e delle donne di tutto il mondo-commuove anche lo spettatore più smaliziato. “Il corpo ha bisogno di cibo, ma anche l’anima deve essere nutrita. Dateci il pane, ma anche le rose”. Che vuol dire reclamare il pane quotidiano, ma anche il diritto a poter godere della bellezza; il diritto di vivere, non semplicemente di esistere in una vita interamente sacrificata al lavoro. Bread and roses, appunto. Come diceva Ken Loach - inevitabile punto di riferimento del cinema inglese di denuncia e di impegno civile - già nel 2000.
 

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Pride

Regia di Matthew Warchus. Con Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West.

Drammatico, durata 120 min. - Gran Bretagna 2014. - Teodora Film

 

 

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