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I Fantasmi del cappellaio

Pubblicato: Venerdì, 15 Maggio 2020

 di Federica Pergola

Nel piccolo centro de La Rochelle, agli inizi di Dicembre, piove.
Continua a piovere, in realtà, da venti giorni. Una lunga pioggia battente. Si sente l’acqua scorrere nelle grondaie; si cammina rasentando i muri- o sotto i portici- e, arrivati a casa, ci si toglie le scarpe e i cappelli, mentre i cappotti vengono messi ad asciugare vicino alle stufe.

Chi non aveva indumenti di ricambio viveva in un perenne stato di freddo e di umidità”.

 In questa atmosfera cupa e malsana (”alle quattro del pomeriggio era già scuro”), da alcune settimane una serie di delitti turba la tranquilla monotonia della cittadina costiera.

Tre delle vittime erano state assassinate tra le cinque e mezza e le sette di sera”.

Tutte le vittime- tutte donne- avevano più o meno la stessa età. Mentre gli uomini (più o meno della stessa età) si incontrano tutti i pomeriggi al Café des Colonnes. Bevono, spettegolano, giocano a carte, ristabiliscono gradi di potere e onorabilità sociale.

“ …sarebbero bastati il brusio e l’odore a fargli capire che era Sabato. L’odore, sì, perché gli avventori del Sabato non bevevano le stesse cose degli altri giorni

Ed eccolo, il Simenon dei romanzi durs (duri): cioè a dire di quelle opere letterarie senza il commissario Maigret, suo personaggio più famoso.
Uno scrittore scarno, che aveva imparato a sottrarre, a rinunciare a qualsivoglia finezza letteraria, pur di arrivare al cuore delle cose.Così dalle sue pagine emergono – e con quanta facilità di tratteggio – ambienti: la cappelleria; il tavolo da lavoro del piccolo sarto armeno; il Café des Colonnes; le strette, silenziose, poco illuminate strade de La Rochelle; colori: “Dalla finestra entrava un raggio di sole che proiettava sulla parete di fronte gli arzigogoli floreali della tenda di pizzo. Inoltre, due minuscoli cerchi di luce, che si agitavano come bestioline vive, sembravano giocare a rimpiattino sul mogano del secrétaire”; odori: (della pioggia, dei sigari, di aglio e di miseria…).

E il cuore delle cose sono gli uomini. Qui, soprattutto, il cappellaio, rispettabile commerciante che a La Rochelle è nato e cresciuto e- proprio dall’altro lato della strada, tanto che dalle finestre dell’uno si vede casa dell’altro- un piccolo sarto armeno, Kakoudas. “Si conoscevano. Quando capitava che aprissero contemporaneamente le imposte dei rispettivi negozi, si salutavano. E si parlavano anche…Tuttavia, esistevano fra loro delle differenze gerarchiche. Il signor Labbé era il signor Labbé e Kakoudas era soltanto Kakoudas.” (…)

Insomma, quel poveraccio aveva il suo tavolo, la lampadina attaccata a un filo di ferro, il gessetto che penzolava. E aveva il suo odore, quell’odore che portava ovunque con sé”…

Punto d’arrivo di una lunga operazione di riscrittura, I fantasmi del cappellaio sembra aver ossessionato Simenon, che nell’arco di due anni tornò ben tre volte su questa stessa storia, passando dal racconto “Il piccolo sarto e il cappellaio” a “Benedetti gli umili” (vincitore del Miglior racconto poliziesco Ellery Queen’s Mystery Magazine) fino al romanzo del 1948, dove, con un gioco spiazzante e sorprendente, Simenon rovescia la prospettiva e riracconta la vicenda non più dal punto di vista del sarto ma da quello del cappellaio, immergendoci in una lenta, graduale -ma sempre più inevitabile- caduta nella follia…

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I fantasmi del cappellaio, di Georges Simenon, traduzione di Laura Frausin Guarino, Adeplhi Edizioni, pp. 238, € 10,45

 

 

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