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Cacciari: Dante, l’umanesimo, la libertà e la pace

Pubblicato: Martedì, 09 Giugno 2015

di Federica Pergola


Si è tenuta a Potenza, il 3 giugno scorso, presso il Liceo Classico Quinto Orazio Flacco, la Lectio Magistralis del filosofo Massimo Cacciari su “Dante e l’Umanesimo”.
L’iniziativa - organizzata dal Liceo Classico anche grazie alla collaborazione di alcuni genitori di studenti ed ex studenti e con il concorso del Comune di Potenza- si è svolta in un’Aula magna piena di alunni, genitori, professori, educatori.

Il tema è caro al filosofo, che da tempo si occupa del rapporto tra Dante e l’umanesimo. “E’ in Dante- afferma - che si trovano i germi dell’umanesimo”. Innanzitutto per il discorso di Dante sul linguaggio. E per l’idea che Dante ha del latino.

Il linguaggio, la lingua, in quanto è lì che per Dante troviamo la risposta alla radicale e fondamentale domanda: “chi sei tu, uomo?”.  Cosa principalmente ci caratterizza in quanto uomini?

Il fatto che siamo gli unici animali a parlare. Il linguaggio è solo e proprio dell’uomo. Non può esserci alcun parallelo tra la lingua dell’uomo e i versi degli animali. Solo l’uomo parla e solo l’uomo ha la capacità di parlare qualsiasi lingua. All’uomo, cioè, non è stato dato questo o quel linguaggio, ma la possibilità di parlarli tutti: e questo è un dono di Dio.

  Nel De vulgari eloquentia -primo trattato scientifico della cultura europea e occidentale dedicato al problema del linguaggio -Dante inoltre scavalca il consueto interrogativo su quale lingua sia più nobile: il latino o il volgare? E con un piglio assolutamente nuovo e rivoluzionario afferma che non c’è contraddizione: ciò che è importante è il rapporto che intercorre tra le due lingue. Entrambe sono nobili, perché entrambe hanno una propria funzione: il volgare è la nostra lingua materna, la “matrice”; ma anche il volgare deriva dal latino, e il latino - attenzione! - è un modello (exemplum) di lingua regolata. Quelli latini sono i poeti regulares: il latino è la grande forma di comunicazione per precisione e per chiarezza.

  Sul modello del latino, dunque, le lingue volgari devono “essere rese classiche”. Si dovrà giungere ad una forma di volgare che possa gareggiare con la forma latina. Comincia quindi la “caccia” di Dante ad un volgare illustre (dove illustre è da intendersi come luminoso, capace di dare lustro a chi ne fa uso).  Saranno dunque i poeti a definire questo volgare illustre. Il volgare illustre si fonda sulla poesia. “Questo è straordinario. Bisogna rivendicarlo con forza. Il nostro italiano si fonda sul linguaggio dei poeti; non è così per il tedesco, non è così per altre lingue. I poeti sono i dictatores: sono i poeti che dettano le forme nobili e illustri del nostro linguaggio”.Ecco fondato dunque il rapporto tra latino e lingue volgari (lingue “madri”).

  Ma questa è appunto l’idea del latino che avranno gli umanisti (come per esempio il Poliziano).

Ricapitolando: chi sei tu, uomo? Sono un uomo che parla, ma che deve parlare così, che deve parlare il volgare illustre, e che per poterlo fare deve sapere il latino”.

Un altro aspetto che prefigura l’umanesimo si trova certamente nel Convivio. L’umanesimo rivendicherà il nostro fare/agire/pensare, sottraendo il primato alla teologia, e affermando la dignità dell’uomo.

 Ma già Dante, nel Convivio- per Cacciari certamente la prima opera filosofica (scritta in volgare perché tutti potessero cibarsi di questo sapere: un gesto assolutamente rivoluzionario, nel 1308!)- non aveva accettato il primato della teologia, chiamando invece la filosofia/scienza “figlia di Dio”, “regina di tutto” e soffermando la propria attenzione sulla ricerca dello scienziato, che quando trova ciò che ha cercato attraverso lo studio è felice, ma non si ferma, cercando ogni volta una nuova, maggiore perfezione. Il tema filosofico si oppone insomma alla tradizione medievale, che  vedeva la felicità raggiungibile solo oltre la scienza e la filosofia (due termini praticamente sinonimi nel linguaggio del Convivio). Se l’ultimo desiderabile è Dio, nelle scienze particolari, però, non c’è infelicità, per Dante. Ad ogni approdo segue una nuova partenza verso un’altra meta conoscitiva. A Dio si giunge attraverso una scala di perfezioni: e questo concetto, oltre a costituire il senso della ricerca scientifica ed intellettuale, è anche un modo completamente rivoluzionario di concepire il rapporto tra filosofia e teologia. “Questo è un altro aspetto fondamentale dell’umanesimo dantesco: la rivendicazione del valore del sapere laico e scientifico-filosofico”.

Conseguenza di questa idea è anche una diversa visione dell’uomo (che ancora una volta anticipa una concezione tipica dell’umanesimo). L’uomo è un essere ex–statico, che sta sempre fuori di sé, che va sempre oltre: l’uomo è un pellegrino, in se stesso trascendenza.

L’uomo non mira alla trascendenza in quanto è egli stesso trascendenza (come nell’Oratio di Pico della Mirandola, dove l’uomo è una infinita possibilità: può essere meglio dell’angelo, peggio del bruto). Certo in Dante c’è sempre bisogno della Grazia cooperante per innalzarsi. Ma l’uomo è il possibile. Un essere che si trascende, che si sposta, che non è mai a casa. Che può tutto. Che può innalzarsi verso gli angeli o precipitare verso la bestia.

Quindi l’uomo, come ha avuto da Dio la possibilità di parlare qualsiasi lingua, da Lui ha anche avuto la possibilità di essere tutto.

Quindi l’uomo opera. Quindi, l’uomo è libero. Dante arriva dunque al tema centrale della scienza e della filosofia. Perché solo l’uomo è libero? Come dimostrare il fatto che egli agisce con responsabilità? Per Cacciari la Divina Commedia ha come tema centrale proprio il problema della libertà: qui Dante mostra come l’uomo arriva alla libertà.

 Libertà che è il sommo bene; che viene da Dio senza alcuna mediazione dei cieli. Somma grazia. Libertà che si collega al linguaggio: mostro infatti la mia libertà parlando in modo chiaro e coerente. “Nessun autore medievale rivendica la libertà , l’essere libero della volontà, come il sommo dono che ci ha fatto Dio. Dio ci ha fatto due doni, che vanno assolutamente insieme; questi doni sono la lingua e la libertà. Cosa te ne fai della lingua se non sei libero? Ma cosa te ne faresti della libertà se non riuscissi ad esprimerla e ad articolarla, a farla discorso?

 Libertà che si collega alla comprensione e alla concordia (altri temi fondamentali dell’umanesimo; e alla base dei canti centrali del Paradiso, dove nel cielo dei sapienti emergono persone che in vita si erano combattute strenuamente ma che Dante armonizza e ricompone).

L’idea filosofica centrale della Commedia è quella di una “complexio oppositorum”, un’armonia tra parti distinte.  E questa è esattamente l’idea di pace che dominerà per tutto l’umanesimo fiorentino, in particolare nelle sue correnti neoplatoniche. E’ l’idea della concordia umanistica. L’idea di pace nasce lì. Questa è la pace: il collegare, il colligere (dalla stessa radice di logos, che vuol dire discorso, ragione). Colligere che significa raccogliere, mettere insieme,ascoltare”. Perché la concordia deriva dal dialogo tra diverse voci, un dialogo in cui ognuno deve riconoscersi nell’altro. E la libertà significa apparire nella propria individualità, ma anche comprendere e accettare la individualità dell’altro.

Idea assolutamente umanista, che annuncia la “filosofia universale” e la concordia di Pico della Mirandola: quando si comprende l’altro diventa impossibile continuare ad essere suo nemico.

<<Tutto l’itinerario di Dante è un itinerario che va dalla servitù alla libertà. Servitù è quando sei determinato nei tuoi atti dalla passione e dalla irragionevolezza. Mentre la libertà, per Dante, è nell’atto d’amore>>.

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