Basilicata da spaccare in due, iniziativa di due parlamentari dem

Pubblicato: Giovedì, 03 Dicembre 2015

Dagli anni post unitari che si discute di nuovi confini interni.  La proposta di riforma tornò di moda nel 1992 con la Fondazione Agnelli

di Luigi Pistone 

L’idea di ridisegnare i territori italiani non è di oggi. Da Cattaneo a Cavour fino ad approdare allo studio della Fondazione Agnelli, presentato il 3 dicembre 1992, e alle dodici Regioni. Sulla questione intervenne anche l’accademico Gianfranco Miglio, ritenuto l’ideologo della Lega, che pensò addirittura a tre macroregioni.

Proposta bocciata dall’allora direttore della Fondazione torinese, Marcello Pacini, secondo il quale «tre regioni, Nord, Centro e Sud, sono troppo poche, venti sono troppe». Il progetto elaborato dalla Fondazione Agnelli si fonda su alcuni criteri: «In primo luogo dare a ogni Regione l’autosufficienza finanziaria pensando che questa è la base per ogni autogoverno. L’obiettivo: Regioni con una taglia demografica sufficientemente giusta e generare una soluzione equilibrata. I compiti che dovranno restare allo Stato centrale dovrebbero essere la difesa, l'ordine pubblico, la giustizia e la moneta». Due ricercatori torinesi, Stefano Piperno e Maurizio Maggi, fecero un calcolo: i flussi di entrata e di uscita del bilancio pubblico suddivisi su base regionale. Soltanto Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna chiudevano in attivo, nel senso che gli abitanti pagavano al fisco più di quanto ricevano in cambio. In tutte le altre regioni (a parte la Toscana che mancò per poco il pareggio) il rapporto si rovesciava. Nel caso di Basilicata, Molise e Calabria, addirittura, le entrate risultavano inferiori a un terzo delle spese. Il territorio lucano andava diviso in due: le province di Potenza e Matera rispettivamente unite alla Campania e alla Puglia.

Quasi un secolo e mezzo dopo ancora si discute su come smembrare, accorpare aree e accentrare i poteri in capo allo Stato. Già negli anni post unitari Minghetti, Farini e Cavour in un primo tempo avevano pensato di decentrare e di dare autonomia alle regioni. Poi prevalse il timore di spinte centrifughe, del brigantaggio nel Sud, e fecero marcia indietro. L’idea di rivedere il titolo quinto della Costituzione, compresa la nuova architettura delle regioni, può diventare un bel gioco di società: comporre e scomporre le tessere del quadro geografico secondo questa o quella considerazione. A leggere gli indicatori territoriali sono evidenti delle incongruenze dell’ordine del giorno presentato dal senatore dem Raffaele Ranucci (un’idea che porta la firma anche di Roberto Morassut): la Regione del Ponente, ad esempio, formata dalla Calabria e dalla provincia di Potenza, arriva a meno di 2 milioni e 400 mila, mentre la Lombardia sfiora i 10 milioni, il Triveneto supera i 7 milioni, la regione Apenninica quasi 5 e così via.

Sul fronte del “no” alla nuova mappa delle autonomie locali si registrano malumori anche nello stesso Partito democratico e nel M5s. Scelta civica lucana, al contrario, pensa a una grande regione compreso il Cilento. Secondo Luciano Uras, deputato sardo di Sel: «Con le macroregioni si faranno più forti le spinte scissioniste. L’Italia finirà come l’Urss».

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