Tanino Fierro, il Sindaco della gente

Pubblicato: Venerdì, 16 Luglio 2021

Da politico ha parlato al cuore dei democratici cristiani, a quel popolo che oggi lo saluta con affetto

di Giovanni Petilli

Raccontare la chiacchierata con Gaetano Fierro, già Sindaco di Potenza dal 1980 al 1990 e dal 2005  al 2010, significa inoltrarsi nella storia di una Basilicata frastagliata, egemone nel potere, ma  insidiosa nelle sue articolazioni.

E Gaetano Fierro, per i potentini prima - e per i lucani poi - semplicemente Tanino, raffigura la  Basilicata che voleva emergere con la forza delle proprie idee e con la caparbietà che

contraddistingue il suo popolo.

Il rapporto viscerale con l’elettorato l’ha portato ad ottenere consensi bulgari nelle contrade.

Devono a lui chilometri di strade asfaltate, fogne e scuole. Tanino voleva emancipare la Potenza  rurale, dialogare con chi non aveva la possibilità di bussare alle porte giuste e si recava in  pellegrinaggio a casa sua. Perché Tanino è fatto così, bada alla gente e da potentino verace assapora la bellezza del suo centro storico, ristrutturato dopo il terremoto e non mandato al macero come qualcuno proponeva.

Tanino ha sempre creduto che l’emergenza del centro storico andasse risolta con la ricomposizione di quel tessuto urbano che prima “viveva nei sottani”. L’emergenza abitativa è sempre stata il  cruccio di Tanino. E i numeri parlano chiaro. La politica della DC movimentista, quella meno legata  ai bizantinismi della corte colombiana, ha ricostruito e ampliato la città e ha compiuto il miracolo di Bucaletto. Altri 700 prefabbricati che hanno dato un tetto a 9000 famiglie in tutti questi anni.

Era difficile a quei tempi trattare con una classe dirigente romanocentrica, dove la geometria della politica girava attorno ad interessi più ampi e non certo rispondeva ai dettami dei territori.

E l’Ospedale senza una facoltà di medicina, l’Università arrivata solo dopo il terremoto, l’azzoppamento del progetto dell’aeroporto in c/da Piani del Mattino denotano le mancanze di un partito-regione con il 51% dei consensi.

Forse paura di coltivare personalità che avrebbero potuto scansare vecchi Ras? Si sa, le rivoluzioni partono dai circoli universitari, dalle associazioni politiche, dalle sezioni. Il consenso va bene, ma deve essere controllato, edulcorato, centellinato. L’emancipazione è un grande rischio per chi concepisce la politica come gestione del potere.

E in queste dinamiche risiede il mancato sviluppo di una Regione che Tanino ha visto sfociare in un’asfissiante predominanza romana, avallata da una parte della DC che avrebbe dovuto alzare il dito e rivendicare i diritti della propria gente.

Grosse imprese dedite alla mancetta dei subappalti e un tessuto economico mai risolutamente affrancato hanno depennato la dicitura sviluppo, rendendo vana una ricostruzione ormai compiuta, ma insensata se le intelligenze espatriano e il tasso demografico porta il segno meno nelle statistiche sempre più impietose.

Il post sisma non è stato un “rinascimento” tutto lucano, ma un continuo destreggiarsi tra farraginosità burocratiche e imperversate giudiziarie. Il resto l’ha compiuto il partito del terremoto, ​

maggioranza relativa nelle istituzioni, dedito all’assalto alla diligenza, propenso all’accaparramento dei contributi.

E così i soldi non bastavano mai e, da opportunità, la 219 si è trasformata in un pozzo senza fondo. Di infrastrutture neanche a parlarne. L’A3 non lambisce la Lucania e la Basentana è il vero collegamento tra territori sempre più tagliati fuori da un mondo ormai globalizzato.

 Il Vulture Melfese con la Sata, Matera - da vergogna d’Italia elevata a Patrimonio dell’Umanità grazie alla lungimiranza di quella DC del dopoguerra - e altre poche realtà sono diventate oasi di refrigerio per una Regione prima costellata di Paesi vivaci e comunità fervide e ora costretta ad assistere al suo depauperamento.

Tanino aveva previsto che sarebbe finita così e, in un tale marasma, aveva considerato il ruolo di Potenza centrale e il suo sviluppo fondamentale per tutta la Regione. Ma i campanilismi, le lotte intestine, hanno irretito la politica.

Luci ed ombre la DC lucana: luci nel padroneggiare dinamiche complesse, ombre nel correntismo esasperato. E Tanino, abile manovratore, politico gentile con la gente, si è districato con abilità, scansando le trappole e guardando solo al suo territorio. Quante guerre vinte e perse, quante battaglie combattute parlando con i cittadini e tra i cittadini.

Le elezioni del 2005, che lo videro ricoprire per la terza volta la carica di Sindaco, lo dimostrano: “ho vinto perché ho riscaldato il cuore dei democratici cristiani e parlato a quell’anima potentina moderata, cattolica”.

Certo, i giochi di potere ti portano a fare accordi proficui, ma l’elettore non è uno sprovveduto. I giochi di potere, senza le fondamenta ideologiche, conducono ad alleanze effimere. E Tanino scelse l’UDEUR e non accettò mai le fusioni a freddo, la promiscuità culturale, pur nutrendo un profondo rispetto per gli avversari, per chi non la pensava come lui. Ma ognuno a casa sua, ognuno segue il suo percorso, ognuno propone la sua visione di società, il suo sentirsi comunità.

Non è cambiato Tanino, occhio vispo, sguardo intelligente, delicatezza nel linguaggio, aspetto curato. Non è cambiata la sua voglia di proporre e di proporsi. Non è cambiato il suo approccio alla vita, la sua voracità culturale, il modo di interpretare le dinamiche, di ripiegarsi sui problemi, la sua visione della città.

Con il patrimonio delle sezioni ormai dissipato, Tanino augura ai giovani di oggi, quelli che amministrano e quelli che vorrebbero intraprendere l’avventura politica, di farsi le ossa e di credere in loro stessi. Tanto l’elettore osserva, valuta decide. La storia ha bisogno di far fermentare gli eventi, di renderli digeribili.

Tanino, ci vediamo fra 50 anni. Solo allora scopriremo il giudizio della gente, quella vera, in carne ed ossa, quella che osserva, valuta, giudica: appunto.

 

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